Di seguito i pensieri pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di etrusco (del 09/01/2009 @ 18:22:51, in filosofia, linkato 905 volte)

Vorrei fare una riflessione, indotta da un colloquio avuto con alcuni colleghi, sul tema "antropologia della morale e ricerca della verità".

Perchè antropologia della morale e soprattutto perchè ricerca della verità?

La riflessione è partita dalla seguente domanda che pongo a tutti voi:

Esiste una cultura superiore, un popolo che abbia sviluppato una morale (collettiva e/o individuale) che possa essere considerata superiore ad altre culture sia nello spazio che nel tempo?

Quando parlo di "spazio-tempo" mi riferisco alla cultura di un popolo messa a confronto sia con le culture di altri popoli nello stesso tempo ed in luoghi diversi (Es: la cultura occidentale VS la cultura orientale) sia con le culture di altri popoli in epoche e luoghi diversi (Es: la cultura nostra VS la cultura degli antichi greci).

Proviamo a rispondere alla domanda e capiremo perchè "antropologia morale e la ricerca della verità".

Comincio con il rispondere io e dico seccamente: NO, non esiste una cultura superiore di un'altra (sia nello spazio che nel tempo).

Quale indice consideriamo per effettuare tale misura, semmai ne esistesse uno?

L'errore più grossolano che si fa quando si affrontano questi temi è quello di utilizzare la "nostra" morale, quindi ciò che è "giusto" per noi, per determinare il grado di civiltà di un'altro popolo che ha delle diverse "leggi" morali.

Per comprendere una civiltà non possiamo non considerare fattori quali l'epoca, il luogo, le tradizioni, il livello di scolarizzazione, la tecnologia, etc.. Solo considerando tutti questi fattori in maniera olistica e "immergendoci" poi in quel contesto potremmo comprendere con più obiettività gli usi e costumi dei vari popoli.

Non era comunque questo lo scopo della riflessione, non era rispondere NO alla domanda che mi premeva.

Quanto detto fin quà sembrerebbe avvalorare la tesi secondo la quale la "morale" di un individuo, di un popolo, di una civiltà sia influenzata e/o determinata da fattori esogeni (esterni) ossia da quei fattori che dovremmo trattare olisticamente per un'analisi completa del grado civilizzazione di un popolo.

Questo è vero ma solo in parte, perchè se così fosse un popolo non progredirebbe mai, non esisterebbero mai mutazioni e stravolgimenti. Se i fattori esterni determinassero l'idea di "giusto" e se questi fattori non mutassero mai, per noi sarebbe ancora giusto effettuare un sacrificio umano, rendere in schiavitù un individuo, etc...

Se invece consideriamo "l'antropologia della morale" ossia il cambiamento e l'evoluzione di essa, non possiamo non asserire che nello spazio-tempo ci siano delle enormi diversità in tema di morale ma sostenere che la civiltà A è diversa dalla civiltà B non significa dire che una sia superiore dell'altra, sono semplicemente diverse.

Allora cosa determina queste differenze? Se non sono i fattori "esogeni" a determinare queste differenze, cosa ha consentito ai Romani di oggi di "sentire" il giusto in maniera assai diversa dai Romani di Cesare?

Deve esistere un comun denominatore tra tutti i popoli che determini questa sorta di evoluzionismo morale, un fattore "endogeno" che funga da motore per la ricerca continua di nuove strade, ipotesi, idee a prescindere dall'ambiente che ci circonda, dalla cultura e dalle tradizioni.

Questo "motore" cos'è?

Kant direbbe che la legge morale è universale, quindi non può essere ricavata dall’esperienza: è "a priori" ossia la ragione è sufficiente "da sola" - senza impulsi sensibili - a muovere la volontà.

Muovere la volontà quindi determinare questa evoluzione etica del giusto percepito in sè a prescindere dai fattori esogeni ossia dall'esperienza e da ciò che ci circonda.

Questo ci basta, senza entrare troppo in formalismi filosofici, a comprendere come l'evoluzione delle civiltà sia determinata proprio da questa esigenza "imperativa" ed "ineludibile" che ogni individuo ha in quanto dotato di ragione, in quanto essere pensante.

Ecco perchè l'analisi dell'antropologia morale ci aiuta a comprendere non tanto il nostro passato quanto il nostro futuro, da ciò ne deduciamo, come unica certezza, che questo "motore" non cesserà mai di indurre gli individui ad una costante e continua "ricerca della verità".

La costante e continua "ricerca della verità" produrrà sempre nuovi e costanti mutamenti di pensiero, ci sarà quindi una continua evoluzione indotta da questo "magico fattor comune", da questa "voce interiore", da questa "forza motrice" innata che Kant rappresentò con la famosa frase "il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me".

Esiste un punto di arrivo in questa ricerca? Credo sia meglio parlare di limite tendente all'infinito, se fossimo a conoscenza della verità cesseremo di chiederci il perchè!

 
Di etrusco (del 05/06/2008 @ 12:31:13, in filosofia, linkato 825 volte)

"Ciò che accade abitualmente non ritenetelo normale" ....

Tranquilli non sono impazzito e queste parole non sono parole mie, sono parole di Bertolt Brecht.

Perchè ho voluto riportarle in questo post?

Perchè a mio avviso nella loro semplicità racchiudono moltissimi spunti di riflessione sulla realtà delle cose che ci circondano, sulla conoscenza, sui comportamenti degli individui, sulla percezione della realtà.

Dovremmo imprimerci la frase "Ciò che accade abitualmente non ritenetelo normale" e farne tesoro ogni giorno, ogni attimo, ogni singolo istante della nostra giornata.

Fare ciò ci spinge ineludibilmente alla critica dei "fenomeni", dove per critica intendo un processo di ricerca continua sulle cause prime; un processo, per dirla alla Kant, di ricerca del "noumeno" o "cosa in sè".

Il motore della conoscenza umana è racchiuso in queste semplici riflessioni, conoscere significa fare esperienza del mondo che ci circonda, creare un punto di unione tra quelle che sono le nostre credenze, le nostre idee e quella che è realmente l'esperienza del vissuto. Cercare costantemente una relazione tra "fenomeno" percepito e "cosa in sè", oggettiva ed essente a prescindere dalla percezione e dall'idea stessa di "cosa in sè".

Questa operazione, tuttavia, non è cosi semplice, cercare il punto di unione tra la nostra credenza e il mondo "reale" - se mai esiste un modo oggettivo a prescindere dalla percezione - è un' attività che porta alla critica e da essa stessa è alimentata.

E' il processo che ha spinto l'uomo alle grandi scoperte scientifiche, geografiche e spaziali, è il processo che ci porta ad acquistare un nuovo libro, a parlare e discutere di un argomento ostico, è il processo che ci permette di crescere interiormente, a livello percettivo e conoscitivo.

E' il processo limite che spinto dalla critica ci porta alla conoscenza, senza mai raggiungerla pienamente.

Non importa giungere ad una definizione, ad una conclusione, avere una risposta oggettiva; ciò che conta veramente è la riflessione, la ricerca, la costante interrogazione sull'ovvio, perchè in fin dei conti di ovvio, in questa breve vita, non c'è nulla.

..... "Ciò che accade abitualmente non ritenetelo normale".

 
Di etrusco (del 22/04/2008 @ 17:43:40, in filosofia, linkato 633 volte)

La scienza è infallibile? Possiamo fidarci ciecamente di essa e delle risposte che ci fornisce? Sono realmente risposte quelle che ci da? Ci spiega forse il "perchè" oppure ci descrive il "come"?

Su questi temi spesso mi sono interrogato e confrontato con altre persone, amici e colleghi. La cosa mi ha sempre affascinato perchè ritengo il mio sapere sempre in bilico tra la "certezza" e il "dubbio", tra la "risposta" e la "domanda". Certo è che riflettere sulla domanda e sulle possibili risposte è assai più interessante che avere la risposta in sè.

Giorni fa scrissi un articolo "Il Dr. House e la logica dell'abduzione" nel quale cercavo di far chiarezza (soprattutto a me stesso) su quelle che fossero le principali metodologie di approccio logico ad un problema, come strumento di analisi del problema stesso ma anche della realtà e soprattutto della nostra percezione della realtà. Di questi il metodo che forniva minor certezze era sicuramento quello "induttivo" ossia il metodo logico di ragionamento che porta alla definizione di una regola partendo dall'osservazione (inferenza ampliativa ma solo probabile).

L'esempio che feci era il seguente:

Supponiamo di sapere che una decina di fagioli bianchi provengano da un sacchetto con più di mille fagioli dei quali non conosco il colore, sarei tentato a dire che nel sacchetto "potrebbero" esserci tutti fagioli bianchi, in realtà non è detto che sia proprio cosi. Potrebbero esserci una parte di fagioli rossi, una parte di fagioli neri, etc... e che io per pura fortuna (o sfiga) ne abbia presi dieci tutti dello stesso colore (bianco).

Il metodo induttivo, quindi, ha come scopo l'analisi della realtà e l'osservazione degli effetti per arrivare, attraverso un percorso logico, a quelle che sono le probabili cause dell'effetto; si parte dall'osservazione e si cerca di determinare la causa che l'ha generato.

Torniamo all'esempio dei fagioli, supponiamo di ripetere l'osservazione per 10 anni, tutti i giorni a tutte le ore prendiamo dieci fagioli dal sacchetto ed analizziamone il colore. Se dopo 10 anni osservo che i fagioli estratti sono sempre bianchi allora posso, con una buona certezza, asserire che TUTTI i mille fagioli del sacchetto siano bianchi.
Reiterando il processo logico induttivo sono, per forza di cose, portato a formulare una teoria che si basi sull'osservazione del fenomeno stesso.

Questo altro non è che lo stesso ed identico metodo che gli scienziati utilizzano per formulare le loro teorie.

La scienza empirica, tutta, si fonda sul metodo logico "induttivo"; osservo, analizzo, sperimento e definisco una teoria che sia la più "universale" possibile, che sia sperimentabile anche in futuro e che riesca a spiegare qualunque tipo di fenomeno osservabile.

Facciamo un altro esempio, supponiamo di essere un gallo e di svegliarci tutte le mattine per dieci anni e di osservare che il contadino ci ha dato la nostra razione di cibo. Cosi come successo per i fagioli bianchi, anche in questo caso siamo portati ad ipotizzare che il cibo sarà nella nostra vaschetta anche domani, a definire quindi una sorta di "legge" in base alla quale saremmo portati a pensare che anche domani il cibo sarà al suo posto (cosi è accaduto per i dieci anni passati -> induzione).

Invece il giorno dopo ci svegliamo, il cibo non c'è più ed il contadino ci torce il collo!

Con questo esempio, tratto da un esempio di un filosofo, ho semplicemente voluto mostrare come l'induzione per sua natura sia un processo logico che non porta a certezze e che a differenza del metodo deduttivo può solo fornirci una descrizione della realtà attuale, ma nulla può dirci su come tale realtà sarà domani, su quello che accadrà o su quello che dovremmo attenderci in futuro.

Possiamo fare delle ipotesi, dei calcoli statistici, credere che anche domani il sole sarà dove è sempre stato e che il rosso sarà sempre rosso ma la certezza non potremmo mai averla perchè, come dimostrato, l'induzione non porta a ipotesi certe.

E la scienza?

Come già detto la scienza si basa proprio su tale metodologia, su tale approccio, sfruttando la logica induttiva per definire nuove leggi, tesi, norme e regole. Tali leggi regolano la nostra vita, le nostre percezioni e determinano il nostro sapere, spiegano perchè una mela cade con una accelerazione costante pari a 9.8m/s2, perchè il rosso è tale e perchè se ci tagliamo sentiamo una fitta di dolore.

Ma allora se fossimo come il gallo? Se domani ci svegliassimo e tutte le leggi conosciute cessassero di valere? Rifacendoci a tale "dimostrazione" logica basata sulla scarsa certezza del metodo induttivo dovremmo riformulare le nostre credenze e smettere di parlare del "perchè" ed affidarci anima e corpo al "come"!

E cosa significa passare dal "perchè" al "come"?

Significa semplicemente ridefinire il nostro sapere, pertanto credere che sia lecito dire che la legge di Newton non spiega "perchè" una mela cade bensi descrive "come" la mela cade e soprattutto lo descrive oggi sulla base della nostra attuale conoscenza. Infatti, oggi, i fisici contemporanei spiegano "come" una mela cade non più sulla base delle teorie di Newton ma su quelle di Einstein, e tali leggi saranno valide fintantochè non ci sarà una nuova legge che ridefinirà "come" possa cadere una mela.

Una legge sarà valida fino a prova contraria e tale legge non ci dirà mai "perchè" esiste un determinato fenomeno ma descriverà "come" tale fenomeno si palesi, ci appaia e sia da noi percepito.

Per concludere credo che la scienza, nella sua accezione del termine, non sarà mai in grado di definire con certezza i "perchè" del percepito e dell'esistente ma solo di fornire un ottimo strumento di conoscenza atto a comprendere "come" oggi sia e come, molto probabilmente, sarà domani.

 
Di etrusco (del 20/12/2007 @ 18:26:40, in filosofia, linkato 2768 volte)

einsteinI concetti di spazio e di tempo sono stati, fino alla formulazione della relatività di Einstein, dei concetti piuttosto "intuitivi" ossia ognuno di noi percepiva (e percepisce) queste grandezze senza pensare troppo sul "cosa realmente sono".

Galileo, Newton e molti altri fisici "classici" ossia pre-einsteiniani avevano postulato delle formule molto intuitive su come lo spazio e il tempo possano essere utilizzati per "misurare" i più svariati fenomeni fisici, dal micro al macro.

Mi sposto con la bici su un piano di 20 metri (spazio) impiego 20 secondi (tempo) la mia velocità (media) è pari a:

V = S/T ovvero 20m/20s = 1 m/s

La formula è piuttosto intuitiva, può essere complicata a piacere introducendo concetti come accelerazione (varia la velocità) e cosi via, però con un pò di studio, fantasia e applicazione riusciamo sempre a spiegare "il come" un determinato fenome fisico accada.

Poi è arrivato Einstein con la sua teoria rivoluzionaria e non è che ci abbia agevolato granchè la vita, anzi! La sua teoria della relatività dello spazio e del tempo ci ha confuso ancor più le menti, ancora oggi viene percepita in maniera erronea, non è compresa ed considerata materia ostica e poco intuitiva.

Ma allora cosa sono in realtà lo spazio e il tempo?

C'è chi sostiene che in realtà lo spazio ed il tempo non esistano (lo credo anche io). Per Einstein non esistono come entità separate ed immutabili ma solo come "accoppiata" ossia come concetto di "spazio-tempo", questo si che è invariante!

E cos' è lo spazio-tempo di Einstein?

Non voglio assolutamente entrare in tecnicismi che non mi competono, basti sapere che per Einstein l'unica costante dell'universo è la velocità della luce c (circa 300.000 Km/s) mentre tempo e spazio variano proprio in funzione di questa grandezza limite, ossia al tendere della velocità di un corpo a quella della luce lo spazio si dilata (cresce) e il tempo si accorcia (tende ad annullarsi).

Non esistono più concetti separati come spazio e tempo ma un unico concetto chiamato appunto "spazio-tempo" che potremmo tranquillamente associare al concetto di evento spaziale.

Un evento "accade" in un determinato istante temporale e spaziale ossia il fuoco d'artificio esploso (evento) accade alle 23:35 alle coordinate spaziali (x,y,z) ossia a trenta metri di altezza sopra il Colosseo.

Cosa ho detto?...mostruosità! In questi casi gli esempi sono il mglior viatico:

Immaginiamo di vedere l'etrusco e un vecchietto, il primo (io) viaggiare su una moto ad alta velocità il secondo (il vecchietto) su un graziella scassata.
Il vecchietto è molto più avanti nel percorso e viaggia ad una andatura costante(1Km/h), io sono molto più indietro del vecchietto e anche io viaggio a una velocità costante(300 Km/h).
Dotiamo poi sia l'etrusco che il vecchietto di una pistola (accipicchia) identica e costringiamo il vecchietto e l'etrusco a sparare un colpo proprio nel preciso istante in cui io raggiungo il vecchietto. Davanti a loro a 1 Km di distanza c'è un bersaglio.

Quale proiettile arriverà prima?

Bè la risposta è abbastanza scontata...ovviamente arriverà prima il mio proiettile in quanto alla velocità del proiettile dobbiamo sommare la mia velocità inerziale (300Km/h) per cui non ci sarà partita...vincerò io ed il vecchietto rimarrà assai deluso (tiè!).

Ora però immaginiamo la stessa gara studiata da Einstein...la prima cosa che farebbe (visto che il fisico è un pacifista) è quella di togliere a me e al vecchietto la pistola e di fornirci una bella lampada! Al posto del bersaglio un sensore che percepisce la luce emessa da questa lampada, tutto il resto rimarrà tale e quale per cui nel preciso istante in cui ci incroceremo dovremo accendere la lampada.

Quale fascio di luce arriverà prima?

Bè anche in questo caso la risposta è scontata direte voi....vincerò sempre io visto che la mia moto è 30 volte più veloce della vecchia graziella del vecchietto! Invece no, sarà pari e patta....tutte e due i fasci di luce ecciterebbero il sensore nello stesso medesimo istante.

Come è possibile? Come può il fascio di luce del vecchietto arrivare in contemporanea al mio? Misteri della fisica moderna!

La cosa è sia fisicamente che matematicamente dimostrabile, anche in maniera piuttosto semplice...a noi basti pensare che questo esempio è proprio la dimostrazione del fatto che la luce (la sua velocità) è una costante universale per cui a prescindere dal moto iniziale del corpo che emette il fascio luminoso questi arriverà a destinazione sempre con la velocità di 300.000 Km/s, è come se io e il vecchietto non fossimo mai esistiti....non contiamo nulla.

Ovviamente visto e considerato che la velocità della luce rimane costante a prescindere da tutto e che la velocità è espressa come spazio diviso tempo, se la velocità rimane costante devono essere le altre due grandezze a variare e cioè proprio lo spazio e il tempo.

Se due mosche fossero aggrappate una ad un fascio di luce e l'altra ad un proiettile velocissimo (ma non alla velocità della luce) il nostro tempo e il nostro spazio avrebbero dei valori diversi tra loro e ancor più diversi rispetto ad una terza mosca ferma sulla terra....

Maggiore è la velocità di un corspo (che tende a quella della luce) e più il suo tempo...rallenta e il suo spazio....si dilata! (fico vero?)

C'è chi sostiene che le leggi della fisica non valgano nei buchi neri o prima del Big Bang perchè in questi sistemi di riferimento limite il tempo è....FERMO....! (fico anche questo, no? ....vivere senza orologi)

Ma torniamo a noi, sulla terra e con le leggi che conosciamo... e cerchiamo un attimo di riflettere in termini filosofici sul concetto di tempo.

Cos'è il tempo?

Altro non è che la percezione che noi abbiamo dell'evolversi delle cose, dell'intervallo che intercorre tra un evento ed un'altro. Acor3 mi da una pacca sulla spalla (evento1) ed io infilo il dito nel naso (evento2), tra questi due eventi che il mio cervello ha "memorizzato" intercorre un determinato lasso di tempo che sempre il mio cervello percepisce e al quale attribuisce un valore discreto.

Tutto ciò ha senso se e solo se ci dotiamo di un Hard Disk sensoriale chiamato "memoria", senza questa "memoria" il tempo non avrebbe senso di esistere o meglio non esisterebbe proprio e la nostra esistenza altro non sarebbe che oblio, vuoto ed ignoto. Totale incapacità sensoriale, assoluta assenza, in poche parole avremmo cancellato di colpo il tanto complesso e ostico concetto di tempo.

Detto ciò non possiamo asserire che il tempo non esiste?

Forse si .... ma questa è proprio grossa....: - )

Al prossimo post

L'argomento è a mio avviso talmente interessante e complesso che merita di essere nuovamente analizzato....sempre che la memoria ce lo consenti.

 
Di etrusco (del 29/11/2007 @ 12:26:46, in filosofia, linkato 1173 volte)

Tempo fa scrissi un post, anoressia e bulimia queste sconosciute, con il quale cercai di porre l'attenzione su un problema spesso sottaciuto. Premetto che non sono un medico, non sono uno psicologo nè tantomeno uno psichiatra, faccio software di professione, per cui non cercai assolutamente di giudicare o trovare rimedi e soluzioni; volevo solo sottolineare alcune anomalie, riscontrate in rete e nella società in relazione a tali disagi.

A distanza di mesi devo dire che alcuni riscontri avuti con il post mi hanno non solo sorpreso ma anche spiazzato. Per cui se allora volli sottolineare questa volta voglio chiedere, non solo a me stesso ma anche a chiunque sappia o voglia riflettere sul tema.

Sul post ho ricevuto un solo commento, il commento di una persona che si firmò Miss, con il quale scriveva:

"Non potete capire,per questo giudicate e non capit,non capite"

Ora le possibili ipotesi sono due, o Miss è una invenzione della rete, la solita follia partorita da una tastiera, da un ragazzo che ama giocare oppure Miss è una persona reale, in carne ed ossa, realmente convinta che non solo io ma tutte le persone, il mondo intero non riescano a capirla, a comprenderla ma solo a giudicarla.

Un solo commento, ripeto UN SOLO COMMENTO.

Perchè sottolineo questo? Perchè se poi si analizzano le chiavi di ricerca più utilizzate per raggiungere il blog questa è la classifica aggiornata:

1 Chiave=trucchi per vomitare
2 Chiave=heroes 14 novembre
3 Chiave=lettera rinegoziazione mutuo
4 Chiave=nietzsche follia


Ebbene un solo commento per un semplicissimo post che, originariamente a mia insaputa, ha incrementato e di molto gli accessi al blog! La chiave più cercata è "trucchi per vomitare", più del video cult "Heroes", più della rinegoziazione di un mutuo, più della folle filosofia di nietzsche.

Perchè?

Questo non poteva non indurmi a fare questa riflessione, mi ha allarmato non tanto il commento di Miss quanto questa anomalia di accessi al post con la chiave appena descritta.

Mi è sembrata una perfetta metafora della società, del problema che nel post cercai di sollevare... l'indifferenza!
O forse no, non è questo il termine più adatto perchè noi tutti, spesso, non siamo indifferenti o almeno lo siamo solo in apparenza, perchè poi amiamo "guardare", "spiare", "osservare" dal buco della serratura senza mai proferire parola, sempre pronti a criticare e giudicare, a sputare sentenze e critiche di ogni tipo, come giustamente dice Miss.

Mi/Vi pongo un'altra domanda: Chi o cosa generera il disagio? Forse la società o forse i modelli, magari la famiglia disgregata o forse i valori ormai persi o....potremmo trovare infiniti pseudomotivi, ma a che scopo?
Perchè la società contemporanea (e quindi tutti noi) crea, modella e forma nuove tipologie di "psicosi" collettive, sociali e di massa? E soprattutto perchè è proprio l'agente del disagio (la società e i suoi modelli) il primo inquisitore supremo, l'accusatore per eccellenza, l'ente morale o meglio moralizzante di tutta la società?

La risposta credo non sia affato semplice, nè scontata o banale! Certo è che in alcuni casi l'indifferenza farebbe meno male, nessuno si preoccuperebbe del problema e tutti vivrebbero felici e contenti o almeno in una parvenza di felicità; forse il problema stesso cesserebbe di esistere...
Invece prima si genera il disagio, poi lo si osserva, lo si guarda, si fanno ricerche su internet, si leggono blog e forum, si vedono reality e talk show, ci si stupisce ma non ci si pronuncia, non si fa nulla, non si interviene, non si pone l'accento ma si giudica proprio nel momento in cui il giudizio non è richiesto, senza mai far autocritica, senza mai dire o pensare noi stessi:"PERCHE'?".

Perchè un Romeno ruba? Perchè un italiano ruba? Perchè una ragazza cessa di mangiare? Perchè io sento la necessità di scrivere su un blog? Perchè....qualcuno direbbe "chi è senza peccato scagli la prima pietra".

Detto ciò mi sento di ringraziare Miss la quale con le sue semplici ma allo stesso tempo durissime parole, mi ha permesso di fare questa riflessione, più generale, più larga e forse inutile, forse insulsa, forse inopportuna, ma pur sempre una riflessione, non sul problema ma sull'agente, la causa stessa del problema che dopo averlo creato, modellato ed ispirato si diverte ad osservarlo, spiarlo e per finire ad emettere ignobili quanto dannose sentenze.

 
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