Home analogica.it “Lezioni di fotografia analogica” ovvero come “esporre per le ombre e sviluppare per le luci” in quattro passi.

“Lezioni di fotografia analogica” ovvero come “esporre per le ombre e sviluppare per le luci” in quattro passi.

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Il seguente post nasce da una interessantissima discussione nata sul forum www.analogica.it stimolata dagli utenti ed arricchita di contenuti da parte di Andrea Calabresi (Silverprint) , stimato collaboratore e moderatore del forum.

Data l’importanza e la complessità degli argomenti trattati, ne riporto gli estratti salienti nella speranza che sia di aiuto per tutti.

A questo link la discussione completa : http://www.analogica.it/rivelatore-tri-x-400-lezioni-di-fotografia-t3018.html

Per semplicità vi preannuncio che l’ho volutamente suddivisa in quattro macro aree che sono:

1 – Mini storia semi-seria e mezza inventata della tecnica fotografica!

2 – Esporre per le ombre sviluppare per le luci

3 – Consigli pratici…

4 – Un esperimento!

Buona lettura.

da lorypiccolo
@silverprint: me la spiegheresti bene la questione del “sviluppa per le luci ed esponi per le ombre“?!

da Silverprint
Esporre per le ombre, sviluppare per le luci” è in estrema sintesi il principio fondamentale per l’esposizione ed il trattamento delle pellicole negative.

Premessa (è una storia lunga…), ovvero da dove nascono i problemi.

 

1 – Mini storia semi-seria e mezza inventata della tecnica fotografica!

Tanto tempo fa qualche bislacco progenitore degli attuali uomini-marketing pensò che dire ai fotografi che oltre alla quantità di luce avrebbero fatto bene a misurare anche il contrasto e sviluppare le pellicole di conseguenza sarebbe stato davvero troppo difficile per le menti umane ed avrebbe complicato talmente tanto le cose da essere un suicidio commerciale.

Ora come allora lo slogan che tirava era “voi premete il bottone, noi facciamo il resto” (è lo slogan della Kodak, in auge dal finire dell’800!  ).

Si cominciò quindi a cercare un “sistema” a prova d’imbecille (fool proof, suona più rispettoso) che rendesse non troppo falso il geniale slogan…

Lo stratagemma migliore era ed è quel famosissimo “fotografare col sole alle spalle” unita alla “regola del 16” che accompagnava le avvertenze d’uso di pellicole e fotocamere.

Naturalmente è una stupidaggine, nel senso che si possono fare bellissime foto col sole puntato dritto in macchina, o tutto di lato (o come vuoi), ma aveva una sua precisa ragion d’essere: col sole alle spalle molto, molto probabilmente, anzi quasi sicuramente il contrasto della scena è basso e se il contrasto è basso i problemi sono pochi per una lunga serie di motivi (a seguire, sparsi nel testo).

MINI OT: visto che ci stiamo “la regola del 16” funziona anch’essa solo se il contrasto è basso.
Scusate mi sono un po’ stuficchiato di leggerla e rileggerla anche sul web…

Naturalmente i fotografi non erano poi tanto contenti dei risultati, anche perché qualche scocciatore si appassionava oltre modo alla fotografia ed i risultati prefabbricati (e pure scarsetti) che le procedure standardizzate garantivano non li soddisfacevano.

Cosa fare? Ma continuare sulla stessa strada, che diamine!

Cominciò così l’evoluzione tecnica degli apparecchi dove di volta in volta quello nuovo (da comprare assolutamente!) avrebbe garantito un po’ di più il successo del “voi premete il bottone, noi facciamo il resto“.

Lo spirito é sempre stato quello, anzi forse è sempre stato sempre di più quello!

E per gli incontentabili scocciatori appassionati? Ci voleva un qualche gadget che li illudesse un po’ e che magari in mani esperte potesse anche funzionare (o quasi): l’esposimetro!!!

Che ganzata! Ora tutti felici possono far collimare un aghetto, poi far accendere una certa lucina e poi persino fare l’esposizione automatica! Super-spaziale! Che tecnologia!

In realtà il solito omino malefico pensò bene di inventare una cosa troppo semplice e che non funzionava bene, anche perché se avesse funzionato bene il meccanismo per vendere “le novitá” si sarebbe inceppato. E così gli esposimetri nacquero “male” ovvero regolati su un fantomatico e variabile “grigio medio“.

Naturalmente l’omino malefico sapeva benissimo che prendere una misura della luce con un unico riferimento (il grigio medio, che dovrebbe far media, ma non lo fa) era proprio un’idea bislacca, ma sapeva anche che “quelli bravi” si sarebbero arrangiati inventando mille stratagemmi, più o meno bislacchi anch’essi, per sfuggire agli inevitabili errori di un sistema simile, e quindi approvò. Ovviamente fu un ottimo affare, le macchinette si vendevano e ci fu anche un esercito di riviste, consiglieri, manualoni e manualini pullulanti dei mille trucchi per ingannare l’esposimetro facendo si che esso non fosse ingannato dalla luce…

E quindi, ricapitolando un po’, la tecnica fotografica si evolve tra due poli opposti, da una parte la spinta dei fabbricanti (almeno quelli più grossi) verso il prodotto adatto alle masse e quindi “necessariamente” (secondo chi poi…?   ) “fool proof” (per non offendere) e le esigenze totalmente antitetiche dei professionisti e degli utenti più accorti e, come ovvia conseguenza, si produce una larga fascia di pubblico che è una via di mezzo (di cui tutti, per molto o per poco abbiamo fatto parte).

Purtroppo questa di mezzo è una larga fascia, quindi commercialmente appetibile e a loro vengono rivolti la maggior parte dei prodotti di costo medio elevato, ricchi di gadget e specchietti per le allodole e ben intrisi di questa schizofrenia di fondo tra “premi il bottone, noi facciamo il resto” e “la potenza é nulla senza controllo”. Il problema è che si sviluppa anche una sub(?)-cultura di questa fascia di mezzo dove prosperano operatori “culturali” che invece di spiegare come funzionano le cose scrivono libroni complicatissimi (compresi quelli delle istruzioni degli apparecchi) per spiegare come usare le macchine evitando accuratamente di spiegare come funziona la fotografia
Insomma il “controllo” viene venduto, ma é una patacca è solo il controllo dell’apparecchio.

MINI OT: L’ho già detto millanta volte, ma ci sta di nuovo bene. Per scattare servono solo 3 (tre!) comandi, tempi, diaframmi e messa a fuoco: tre ghiere, tre! Mi spiegate a cosa servono centoventi tastini multifunzione?   Non sarà più semplice spiegare la profondità di campo e l’uso dei tempi invece che il funzionamento di trentatré programmi d’esposizione, diciotto dei quali personalizzabili tramite “custom functions” accessibili dal menù avanzato come da istruzioni da pagina 402 a 538 del manuale plurilingue? Totalmente schizofrenico, da “fool proof” (pag 1, programma rettangolino verde) a controllo (apparente).

Dov’è il problema? La tecnica fotografica è roba nota da molti decenni, ci sono scuole e testi validi, l’evoluzione dei materiali sensibili c’è stata ed è stata spessissimo assai valida. Tutto vero, così come è vero che ci sono fotografi bravi (anche) dal punto di vista tecnico. Potremmo anche infischiarcene dell’evoluzione assai bislacca degli apparecchi, no?
Insomma… i fotografi bravi (anche) dal punto di vista tecnico e quindi più liberi d’esprimersi potrebbero essere (ed essere stati) molti di più e gli operatori culturali avrebbero potuto spiegare queste cose note da parecchi decenni (in effetti qualcuno, specialmente in passato ci ha provato) se non avessero creduto al dogma commerciale per cui è più semplice (e non semplicemente più lucroso) spiegare come funziona un apparecchio complicatissimo, che non ha nessun valido motivo per essere complicato, invece che spiegare un po’ di tecnica fotografica.
In questo clima culturale, gonfiato da altri antichi retaggi come l’assurdo pensiero che tecnica ed espressione siano cose antitetiche (surrealismo) e da un ottocentesca cieca fiducia nel “progresso” tecnologico alcuni aspetti della fotografia hanno sofferto particolarmente, tra questi ha specialmente sofferto la tecnica dell’esposizione e dello sviluppo del negativo.

Rimane da decidere se ha sofferto di più perché gli esposimetri erano nati “male” (in parte inevitabilmente data la tecnica dell’epoca) o perché abbiamo creduto a chi diceva che misurare la luce in due punti scelti appositamente (cioè misurare il contrasto) invece che in uno preso a casaccio sarebbe stato davvero eccessivamente difficile per le possibilità intellettive della maggior parte degli esseri umani.

Rimane il fatto che con l’introduzione del codice DX e degli esposimetri a matrice (anni ’80 del secolo scorso) sarebbe stato facile e possibile fare esposimetri finalmente funzionanti (almeno dal punto di vista tecnico) e funzionanti senza quel bagaglio di mille trucchetti per ingannarli e senza conoscere più di tanto la tecnica.
Ma così non fecero. Sarebbe bastato un semplice algoritmo di calcolo (informando il chip sul tipo di pellicola in uso negativo/positivo), eppure scelsero di creare un oggetto totalmente passivizzante rinunciando a quell’unico povero parametro fisso che, seppur sbilenco e poco sensato, poteva essere usato con scienza e coscienza: il famigerato grigio medio.

Perché un esposimetro a matrice è totalmente passivizzante? È passivizzante proprio perché invece di un parametro fisso di riferimento usa (per la solita precisa scelta commerciale) come riferimento “le immagini tipiche”, ovvero paragona le letture dei vari settori a quelle che il fotografo medio (entità astratta e spaventosa) fa, in tutto non più di 80.000 e questo paragone lo fa “naturalmente” senza informare il fotografo delle sue scelte. Una follia veramente inquietante. Insomma, nel momento in cui l’evoluzione tecnica avrebbe potuto veramente semplificare la vita, almeno di quelli che avrebbero vissuto tranquilli con un controllo discreto seppur non totale del mezzo, si è ancora una volta scelto un progresso a metà (per paura di perdere future vendite) creando esposimetri monstre spegni-cervello. Questo si a me pare “criminale“.

Esposimetro a matrice maledetto! Maledetto perché lo potevano far meglio e maledetto perché è passivizzante. Abbandonando il parametro di riferimento ed usando come paragone le “foto tipiche” il dato esposimetrico che fornisce non è più interpretabile come lo era quando usava il parametro, è prendere o lasciare: non sappiamo a quale “foto tipica” stia paragonando la nostra inquadratura. Per altro il vantaggio rispetto ad un classico semi-spot era poca cosa, e se le mani erano minimamente esperte forse andava meglio il classico semi-spot. Lo dico con l’esperienza di laboratorio, forse non avevo tanti clienti da creare un numero di utenti diversi statisticamente rilevante, ma un numero di rulli sicuramente si (migliaia)!

Finita la tiritera anti evoluzione tecnica bislacca degli apparecchi torniamo al nostro esposimetro. Dice bene Nicola in qualche modo andava standardizzato, e 18%, 81% o qualsiasi altro numero avrebbe fatto lo stesso, il problema non è quello, il problema è misurare solo la quantità di luce e non misurare anche il contrasto. Era tanto difficile misurare due punti scelti invece di uno solo un po’ a casaccio? Forse si… No, no non ci voglio credere!
E non ci voglio credere perché la serie di trucchi e trucchetti e la lunga esperienza che ci vuole per ingannare l’esposimetro affinché non c’inganni non è certo una cosa semplice! È un sapere disordinato, empirico, soggettivo, poco trasmissibile, ma semplice no.

E poi a dirla tutta l’esposimetro non sbaglia, misura la luce in un certo modo. Purtroppo non è il modo con cui la pellicola reagisce alla luce. Tutto qui. Alla fine l’esposizione risulta sbagliata, però.

da lorypiccolo
Grazie enormemente per questa “storia” simpatica ma efficace; detto ciò sono curioso di sapere come si inserisce la storia degli esposimetri rgb, cioè capaci di “capire” anche il colore?!

da Silverprint
Parli, per es. del “color matrix” di Nikon? Beh se è quello nella storia si inserisce al solito modo! Il “matrix” liscio non funzionava tanto bene pur “sapendo” fin dall’inizio la lunghezza focale montata (dagli obiettivi Ai-s introdotti con la FA ed il “matrix” nel 1983) e quindi oltre a cercar di migliorarlo velocizzandolo, aumentando le celle, variandone misura e posizione e giocando col data-base delle immagini servivano ancora altre cose e quindi si introdusse il “3-D color matrix” con la F5. Con l’ultima trovata si informava l’esposimetro della distanza di messa a fuoco e quindi il sensore poteva “capire” dove era il soggetto (naturalmente se il fotografo se ne sbatte della profondità di campo e mette a fuoco sul soggetto -anche l’autofocus è un po’ perverso-) e si variava l’esposizione in base al colore nella speranza di farlo funzionare a dovere. Come al solito è l’idea di fondo che è balzana e sarà sempre monca (volutamente per poter sempre vendere “novità”?) mancando la cosa più utile ovvero far sapere all’esposimetro che pellicola c’è in macchina! Il mai aggiornato e vetusto codice DX già lo avrebbe permesso e almeno col colore, dove il processo è standardizzato e la latitudine di posa nota, (va be’, più o meno e se lo sviluppo é fatto bene…) informare l’esposimetro di quei dati e non solo della sensibilità avrebbe davvero migliorato le cose per la maggior parte degli utenti e lo avrebbe fatto senza tanti sforzi poco utili. Per il B/N in fondo sarebbe bastato “far sapere” all’esposimetro che la pellicola era una negativa… Non per nulla le cose sono migliorate (da questo punto di vista) col digitale, il sensore non si cambia e ci si può progettare-tarare l’esposimetro intorno.

Però attenzione! L’esposizione non è solo una questione tecnica è anche una questione espressiva, anzi in molti casi è “la questione espressiva” e da questo punto di vista il matrix (et similia) sarà sempre sbagliato proprio per la pretesa (arrogante ed umiliante) di sapere già le foto che il fotografo farà… sarà forse vero che la gente fa sempre le solite foto, ma insomma anche se così fosse la speranza che non sia così andrebbe difesa anche oltre l’evidenza! E poi il problema, come ho già detto, è diventato che per semplificare le cose (o forse per instupidirle e basta) le hanno complicate: dalle tre ghiere tre che servirebbero si è passati a mille tastini multifunzione! Ma davvero, davvero si può pensare che così sia più semplice o la modalità di funzionamento “rettangolino verde” l’hanno fatta diventare necessaria proprio coloro che volevano semplificare le cose?

E poi con questa inutile complicazione e la necessità di perdere mesi e mesi per imparare a cosa servono tutte quelle funzioni ed anni per imparare ad usarle (anche se non servono a niente) non rimane più tempo per imparare la fotografia! Ed inoltre come conseguenza viene fuori questa strampalata sub-cultura con riviste, pubblicazioni e corsi dedicati agli apparecchi ed alle loro funzioni e non alla fotografia; fotografia che pian, piano inesorabilmente si disimpara…

 

2 – Esporre per le ombre, sviluppare per le luci

da Silverprint
E finalmente riprendo per arrivare al dunque… il fatidico esporre per le ombre, sviluppare per le luci
Mi farò delle domande e mi darò delle risposte, in fondo l’ora è marzulliana!

http://www.youtube.com/watch?v=2XeHbxEuS_Y

Cosa succede se variamo l’energia di sviluppo del negativo?
Se aumentiamo l’energia aumenta il contrasto. Se diminuiamo l’energia si riduce il contrasto.

Cosa significa aumentare il contrasto?
Significa che se una parte del negativo ha ricevuto più luce di un altra ed aumentiamo l’energia dello sviluppo la parte che ha ricevuto più luce si annerisce in misura maggiore di quella che ha ricevuto meno luce. Ovvero la variazione di “annerimento” non è lineare, ma dipende dal livello di esposizione e dall’energia dello sviluppo. Meno è l’esposizione minore sarà la variazione di annerimento che una variazione dell’energia dello sviluppo può produrre; maggiore è il livello di esposizione maggiore è la variazione di annerimento che produce una variazione dell’energia dello sviluppo.
Questo fenomeno è importantissimo!

E lo riscrivo così lo rileggete!

Cosa significa aumentare il contrasto?
Significa che se una parte del negativo ha ricevuto più luce di un altra ed aumentiamo l’energia dello sviluppo la parte che ha ricevuto più luce si annerisce in misura maggiore di quella che ha ricevuto meno luce.

Perché uso il termine energia?
Perché con esso posso riferirmi indifferentemente al tempo di sviluppo (se do più tempo, do più energia), alla diluizione (se uso una concentrazione maggiore, do più energia), alla temperatura (più è alta più energia do), ed in misura minore anche all’agitazione (più agito, più do energia).

Quali sono le conseguenze pratiche di questo fenomeno?
Innanzi tutto le conseguenze sono GRANDI! Una fotografia (a meno che non si fotografi qualcosa di completamente uniforme, tipo un muro appena dipinto ed uniformemente illuminato) é composta di parti più chiare e parti più scure: le parti più scure sono tali perché ricevono una esposizione minore, le parti più chiare sono tali perché ricevono una esposizione maggiore.

Tanto più una parte dell’immagine ha ricevuto luce, tanto più la sua variazione di densità (ovvero il tono che assumerà sulla stampa) dipenderà dall’energia dello sviluppo; viceversa tanto meno luce avrà ricevuto tanto meno il suo annerimento dipenderà dallo sviluppo e quindi tanto più dipenderà dalla sola esposizione.

Questo è il motivo per cui è necessario “esporre per le ombre” (come farlo lo tratterò in seguito).

D’altro canto se variamo l’energia dello sviluppo, variamo maggiormente la densità, ovvero il “chiarore” delle parti chiare (tanto più sono esposte) rispetto alle parti scure e di conseguenza (entro ampli limiti) potremmo regolare l’annerimento delle parti chiare con la sola variazione dello sviluppo. E questo è il motivo per cui è assai consigliabile “sviluppare per le luci“.

Corollario: le alte luci possono anche essere corrette in fase di stampa entro limiti abbastanza ampli (con conseguenze, sia chiaro) per cui “sviluppare per le luci” è solo consigliabile. Il margine di correzione che invece abbiamo nelle ombre é sempre assai ridotto, per cui “esporre per le ombre” è necessario.

Dobbiamo quindi affrontare due problemi, come regolare l’esposizione affinché la resa dei toni scuri sia quella che vogliamo e quanta energia dare allo sviluppo del negativo in relazione alle condizioni di luce (ovvero a quanto le alte luci siano esposte) ed a come vogliamo che esse siano rese in stampa.

Allo scopo enunciamo un principio fondamentalissimissimo e da non scordare mai!

Il negativo si valuta dalle stampe che esso produce.

Corollario necessario in tempi moderni: un negativo adatto alla stampa analogica può sempre essere scansionato producendo (dopo la post-produzione) il giusto risultato, ma non necessariamente un negativo che si può ben scansionare può essere utilizzato con successo per la stampa analogica.

Conseguenza logica: bisogna produrre negativi adatti alla stampa (punto).

Com’è un negativo adatto alla stampa?
Produce su di essa il giusto grado di dettaglio nei toni più scuri (é soggettivo) ed al contempo, se lo si desidera e nella misura in cui lo si desidera, un “buon nero” ed una densità dei toni chiari (ovvero parti scure del negativo) tale da non rendere necessari grandi interventi di correzione in fase di stampa, pur mantenendo la desiderata modulazione tonale ed il desiderato dettaglio.

Detto in termini tecnici: ha giusta esposizione e giusto contrasto.

da mjrndr
Domandina: quando la scena ha un basso contrasto dato da illuminazione uniforme è comunque preferibile sovraesporre un poco per avere più efficacia nel processo di sviluppo o in questo caso, non essendoci grosse differenze tra chiari e scuri, o in questo caso non si applica?

da Silverprint
In caso di basso contrasto si aumenta un po’ l’energia dello sviluppo e quasi sempre basta, in rari casi (contrasto proprio basso, basso) unendolo ad una leggera sotto-esposizione (non sovra). Spesso basta solo aumentare un po’ il contrasto in stampa.

La faccenda dell’esposizione però va detta meglio. In caso di contrasto basso, bassissimo l’esposimetro (più o meno qualunque esso sia) lavora bene e tranquillo al limite produce addirittura una leggera sovra-esposizione o comunque dopo lo sviluppo (più energico) un negativo che rischia d’essere inutilmente più denso del necessario, quindi non è necessario sovra-esporre, ma casomai il contrario (o non far nulla).

E cosa significa dire che un negativo ha il giusto contrasto?
Significa dire che esso può essere stampato su un grado di contrasto medio senza interventi di correzione e che la stampa che ne risulta ha a sua volta il contrasto che desideriamo. È soggettivo e tecnico al contempo. Interessante! Si comincia a parlare di espressione personale attraverso la tecnica.

Contrasto della scena, contrasto del negativo, contrasto della carta, contrasto della stampa, ma non saranno troppi tutti questi diversi contrasti!?
E sì, facile confondersi! Serve un glossario.

Il contrasto della scena è la differenza di luminosità tra le parti chiare e quelle scure di ciò che fotografiamo. Si può misurare, in stop per esempio, o più empiricamente imparare a valutare a occhio e cervello. L’occhio da solo non basta, un po’ bisogna sempre ragionarci, l’occhio naturalmente lo compensa (cioè lo fa il cervello, ma ci siamo capiti… spero   ).

Il contrasto del negativo è la differenza tra le parti chiare di esso (le ombre della stampa) e le parti scure (le luci della stampa); esso dipende dal contrasto della scena e (tantissimo!) dall’energia con cui abbiamo sviluppato il negativo. Idealmente dovremmo adattare il contrasto del negativo al contrasto della scena, che sarebbe ciò che dice il famosissimo detto “sviluppare per le luci”. In pratica usare meno energia per sviluppare i negativi scattati in scene ad alto contrasto e più energia per quelli scattati quando il contrasto era basso. Questo “naturalmente” al fine di produrre, indipendentemente dal contrasto della scena, un contrasto del negativo sempre simile!

Anche il contrasto del negativo si può misurare sia con degli indici (indice di contrasto, gamma) sia come differenza di densità. L’indice di contrasto racconta con un numero quanto siano diverse come densità due porzioni di negativo esposte in maniera diversa e nota ed é molto utile, può perfino essere usato per adattare scientificamente il contrasto del negativo al contrasto della scena con gran precisione. Io più modestamente uso un metodo con meno numeri e più empirico che è il sistema zonale, ma è possibile operare con successo in modi diversi più o meno precisi (pian piano ci arrivo in questo thread…)

Nota: qualsiasi tempo di sviluppo fornito senza dati sul contrasto che produce (I.C. o gamma) è non verificabile ed aleatorio, quasi inutile. Quest’ultimo è un pensierino rivolto al, troppo citato e considerato, Massive Dev Chart… quasi inutile, non verificabile e perfino non contestabile!

Il contrasto della carta rappresenta invece la sua adattabilità al contrasto del negativo. Se il negativo é contrastato, o duro ovvero sovra-sviluppato (è proprio la stessa cosa) sarà necessario usare in stampa una carta di contrasto basso o fare pesanti interventi di correzione con mascherature e bruciature. Se il negativo è poco contrastato, morbido o sotto-sviluppato (è sempre la stessa cosa) sarà necessario usare in stampa una carta di contrasto elevato. Quest’ultimo è un caso che non si verifica tanto spesso, se il negativo é esposto bene, mentre i negativi sovra-sviluppati sono molto comuni.

Il contrasto della stampa è quello che si vede alla fine di tutti questi triboli…
Il contrasto sarà basso, alto o giusto. Giusto quando sia i toni chiari che quelli scuri sono come e dove li volevamo, basso se i toni chiari non sono abbastanza chiari e/o quelli scuri non sono abbastanza scuri; alto se i toni scuri sono più scuri del desiderato e/o quelli chiari troppo chiari.

Ma sul contrasto della stampa è interessante anche ragionare in maniera non ortodossa e meno intuitiva in “unità di superficie“, ovvero dire che una stampa é dura perché le aree molto scure (oltre ad essere molto scure) sono anche grandi e grandi sono anche quelle chiare (oltre ad essere molto chiare) o é grande almeno una delle due, e dire che una stampa é morbida perché i toni medi occupano tanto spazio mentre quelli più chiari e quelli più scuri ne occupano poco.

da Silverprint
Se il negativo si giudica dalle stampe che esso può produrre è da esse che dobbiamo imparare a giudicare il nostro modo di esporre e sviluppare il negativo. Facendo cioè un percorso a ritroso, dalla stampa a come si è esposto e sviluppato il negativo: il negativo diventa quindi il nostro insegnante, giudicando le stampe impariamo da esso.

da gonfiacani
Un piccolo approfondimento su come applicate il sistema zonale me lo fareste?
Semplificando al massimo la teoria per applicarla velocemente, sarebbe un errore cominciare con una semplice lettura esposimetrica spot sulle ombre della scena (teoricamente ottenendo l’esposizione per la zona V) e per l’esposizione utilizzare un’accoppiata tempi/diaframmi di due o tre stop più veloce (per far arrivare queste ombre nelle zone II o III)?

da Silverprint
È un po’ OT (non troppo), ma più che altro è un po’ in anticipo!

Quel che dici è giusto, si procede in quel modo con una sola avvertenza: per il sistema zonale bisogna usare la sensibilità effettiva e non quella dichiarata.

La sensibilità effettiva andrebbe verificata in ogni specifica catena facendo dei test, ma in prima approssimazione si può considerare che le pellicole negative abbiano una sensibilità inferiore del 50% rispetto alla dichiarata (l’I.E. riportato sulla confezione).

da Nadir.76
Lascio la spiegazione sul sistema zonale a qualcuno più competente di me. Anche se probabilmente l’argomento è troppo vasto per essere spiegato qui. Come dice Silverprint, il tuo approccio è in prima approssimazione corretto.

Secondo me, però, quello da te suggerito, è concettualmente un inizio di applicazione del sistema zonale, ma è incompleto. Anche senza entrare in sviluppi + o – N, non puoi basarti solo sull’esposizione delle ombre. Adams descrive sempre il sistema zonale come un “rapporto” fra le luminanze della scena, non come valore assoluto. Devi misurare i diversi punti della scena e, in base a questi, possibilmente evitando di bruciare le alte luci (anche se con il 35mm incontri il limite di non poter sviluppare ogni fotogramma a sé = N+X o N-X), devi “pre-visualizzare” la scena e “decidere” in quale grado della scala tonale vuoi “collocare” (nei limiti della latitudine di posa, in funzione del rilevatore che userai, etc) una o più parti della scena.

Solo le ombre non basta. Perderesti il più grande vantaggio del sistema zonale: la gestione del rapporto delle varie “luminanze” della scena e la possibilità di, alla fine del processo, stamparla come tu l’hai “pre-visualizzata”.

PS tutto ciò, ovviamente, riferito alla sola applicazione del sistema zonale (che come ha spiegato Andrea viene concettualmente dopo l’esposizione della pellicola alla sua sensibilità effettiva e non a quella nominale).

da gonfiacani
significa che una pellicola 400 ASA andrebbe esposta come fosse una 200 ASA?

da Silverprint
Esattamente. Metti gli iso a metà di quel che c’é scritto sulla confezione, come base di partenza va bene. Sulle confezioni non è indicata la sensibilità effettiva, ma l’ I.E. (indice di esposizione), non sono la stessa cosa.

Ricordate: il negativo è il nostro insegnante…

Ma come si fa ad imparare dal negativo?
S’impara dai risultati che si ottengono in stampa!

Di fronte ad un negativo da stampare ci troviamo di fronte a 9 possibili casi:

1) Sotto-esposizione e sotto-sviluppo (- -)
2) Sotto-esposizione e sviluppo normale (- 0)
3) Sotto-esposizione e sovra-sviluppo (- +)

4) Esposizione corretta e sotto-sviluppo (0 -)
5) Esposizione corretta e sviluppo normale (0 0). Quello giusto!
6) Esposizione corretta e sovra-sviluppo (o +)

7) Sovra-esposizione e sotto-sviluppo (+ -)
8) Sovra-esposizione e sviluppo normale (+ 0)
9) Sovra-esposizione e sovra-sviluppo (+ +)

Ogni caso differisce per le modalità con cui si riesce a stampare minimizzando i danni dovuti agli eventuali errori e quindi dalla tecnica di stampa e dai risultati che si ottengono possiamo risalire a quali errori ci sono nel negativo facendo sì che esso possa essere il nostro insegnante.

I casi da 1 a 3 sono caratterizzati dalla sotto-esposizione, ovvero da un’insufficiente dettaglio nelle aree scure. Il difetto può manifestarsi anche come “assenza di nero” (o densità sufficientemente elevate) quando nel tentativo di stampare dei dettagli non stampabili si riduce l’esposizione della carta rendendola di fatto insufficiente a produrre densità di stampa sufficientemente elevate (succede spessissimo!). In casi simili a nulla serve alzare il contrasto per cercare “del nero”, se si ottiene “il nero” sparisce inevitabilmente il dettaglio. Un altro modo per determinare che il negativo é sotto-esposto è quando sulla stampa le aree scure sono più vaste (occupano più superficie) del desiderato.

La sotto-esposizione è un errore frequentissimo!

Nello specifico il caso 1 (- -) oltre ad avere insufficiente dettaglio nei toni scuri ha anche un contrasto molto basso, vale a dire che è necessario usare un contrasto molto più alto del normale (cioè del grado 2) per far diventare i toni chiari abbastanza chiari.

Il caso 2 (- 0) oltre all’insufficiente dettaglio nelle aree scure presenta contrasto basso, ma non tanto basso quanto il caso 1, per ottenere toni chiari sufficientemente chiari sarà comunque necessario alzare il contrasto più del normale.

Il caso 3 (- +) presenta contrasto normale od elevato, ovvero si stampa sul grado 2 o su un grado inferiore pur non avendo sufficiente dettaglio nelle aree scure. I negativi tirati (ovvero sotto-esposti e sovra-sviluppati) sono di questo tipo: insufficiente dettaglio nelle aree scure e contrasto elevato, ovvero stampa su contrasto basso.

I casi da 4 a 6 sono caratterizzati dalla correttezza dell’esposizione, per essi il dettaglio e la separazione tonale dei toni scuri sarà sempre ottimale, sarà inoltre facile mantenere il dettaglio delle aree scure e contemporaneamente avere un “buon nero”.

Nello specifico il caso 4 (0 -) presenta un contrasto basso, ma sarà sufficiente stamparlo su un contrasto più elevato per ottenere una stampa piuttosto buona. Eventualmente in caso di sotto-sviluppo molto deciso sarà visibile un leggero aumento della grana come sotto-prodotto dell’uso di un contrasto elevato della carta da stampa.

Il caso 5 (0 0 ; quello giusto) rende la giusta gamma tonale sia nei toni chiari che in quelli scuri su carta di grado medio (2). Liscio e senza problemi.

Il caso 6 (0 +) presenza contrasto elevato ed occorre stamparlo su un grado di contrasto basso. Se il sovra-sviluppo è molto deciso il grado di contrasto da usare sarà molto basso con possibili problemi di separazione tonale e micro-contrasto non ottimale. I negativi di questo tipo sono abbastanza comuni.

I casi da 7 a 9 sono caratterizzati dalla sovra-esposizione. Se la sovra-esposizione é moderata con pellicole delle ultime generazioni di solito non ci sono particolari problemi, solo al limite un leggero aumento della visibilità della grana. Quando la sovra-esposizione invece si fa decisa, oltre all’aumento della grana si può manifestare una perdita di modulazione e micro-contrasto dei toni chiari (specialmente con rivelatori fortemente compensatori). Alcune pellicole mal tollerano la sovra-esposizione tra loro la Kodak Tri-x (oggetto originario del thread).

Il caso 7 (+ -) è il più tranquillo dei tre, il contrasto è normale e l’eccesso di dettaglio nei toni scuri é facilmente compensabile con una sovra-esposizione della stampa.

Il caso 8 (+ 0) presenta contrasto tendenzialmente elevato, in alcuni casi può avere già problemi di visibilità eccessiva della grana e di compressione tonale dei toni chiari, anche perché verosimilmente verrà stampato su un contrasto più basso del normale.

Il caso 9 (+ +), specialmente se gli errori sono spinti, è uno dei peggiori, insieme al caso 1 (–). Il negativo può essere molto denso in tutte le sue parti costringendo a lunghe esposizioni, la grana è marcata ed il contrasto elevato e quindi verrà usato in stampa un contrasto basso. La modulazione dei toni chiari può facilmente essere compromessa, specialmente se si usano sviluppi compensatori.

I casi meno critici, in caso di errori di esposizione sono quindi quelli in cui lo sviluppo un po’ compensa, ovvero sovra-sviluppo in caso di sotto-esposizione e sotto-sviluppo in caso di sovra-esposizione. Sempre che gli errori non siano consistenti!

È importante a questo punto notare che le valutazioni sono sì tecniche, ma allo stesso tempo soggettive e che abbiamo finalmente formato “la catena” ovvero reso interdipendente ogni fase del processo, dalla scelta dell’esposizione fino alla stampa.

 

3 – Consigli pratici…

da Silverprint
Ho promesso un po’ di pratica, non pappa pronta (non mi riesce!   ), e quindi subito alcuni consigli operativi, spero semplici.

Consigli in fase di stampa

Da quanto detto poco fa dovrebbe esser chiaro che in camera oscura, una volta messo il negativo nell’ingranditore, all’inizio si usa SEMPRE (almeno finché non sarete bravissimi) carta di grado di contrasto 2 (zero filtratura con testa colore o filtro n°2 con le carte multigrade nella testa a condensatori) e si fa subito un provino scalare con tanti gradini… tanti gradini, tanti.

Il risultato DEVE essere, fuor d’ogni dubbio, troppo chiaro da una parte e troppo scuro dall’altra. Se gli estremi non sono uno troppo chiaro e l’altro troppo scuro i gradini non sono abbastanza e bisogna rifare il provino (punto).

Almeno inizialmente (ma io lo faccio sempre), in barba allo spreco di carta (che è solo apparente), è molto utile usare un foglio intero perché è oggettivamente molto più difficile farsi un’idea esatta dell’immagine guardandone solo una striscetta, sempre che la striscetta si riesca a posizionarla nel posto più utile e conveniente. Meglio un foglio intero subito che 4 o 5 striscette, si fa molto prima ed il consumo di carta è lo stesso.

Sviluppate la carta a fondo ed agitate bene.

Ho visto spesso casi in cui “il nero” non era abbastanza scuro per via di uno sviluppo insufficiente e non uniforme.
Non siate tirchi (non ripaga) ed i chimici nelle bacinelle metteteceli!

La carta deve poter essere bagnata in brevissimo tempo e restare ben immersa.

Orientativamente un tempo medio di sviluppo è di circa 10 volte il tempo di comparsa (chiaramente si può variare, diciamo tra 4 e 20 volte, sempre orientativamente). Questo significa che dovreste sempre usare lo sviluppo fattoriale cioè cronometrare tutte le volte il tempo che l’immagine impiega per iniziare ad apparire e moltiplicarlo per 10 (od altro fattore adatto). Alcune carte (Ilford MG-IV) non producono buoni “neri” se non sviluppate molto a fondo, altre danno “neri” adeguati già con 4 volte il tempo di comparsa per cui il tempo di sviluppo risultante è assai variabile e relativo.

Sperimentate in liberta con tempi e diluizioni e non vi curate troppo dei tempi indicati nelle istruzioni!

Importante: dato che vorremmo esporre per le ombre ed imparare dal negativo, l’analisi del provino scalare partirà dai toni scuri.

La prima stampa di verifica sarà quindi fatta con il tempo di esposizione che ci darà i toni scuri che più si avvicinano a ciò che desideriamo.

Ragionateci su, guardate bene ed eventualmente fate più stampe variando il tempo, non sempre (anzi quasi mai) scegliere il tempo di esposizione giusto è cosa immediata.
Una volta sviluppata ne analizzeremo i toni chiari sia per capire se lo sviluppo del negativo sia stato corretto sia per decidere quale tipo di correzione eventualmente apportare.

“Naturalmente” se non si riescono ad ottenere i toni scuri desiderati (visto che sul provino ci sono tante striscioline tra cui scegliere ed avrete già fatto varie prove cambiando esposizione) l’errore è, giocoforza, in fase di esposizione del negativo!

Che errore di esposizione é?

È quasi sempre sotto-esposizione perché se il negativo fosse sovra-esposto, lo avreste già corretto “automaticamente” scegliendo l’opportuna striscetta del provino scalare.

Come mi accorgo se é sovra-esposto?

Me ne accorgo perché è possibile avere del “nero” anche riducendo l’esposizione della carta.

Di solito una sovra-esposizione leggera non è un errore che ha conseguenze. A volte, anzi spesso, fa pure comodo…
Se è sotto-esposto non si riescono ad avere sufficienti dettagli nei toni scuri ed un buon “nero” allo stesso tempo e/o l’estensione delle aree scure è più vasta del desiderato.

Per valutare la stampa usate una luce adatta. La luce DEVE essere debole ed assolutamente non diffusa. I vari neon, le lampade a basso consumo, le lampade opaline NON vanno bene. L’ideale è una lampada a filamento di bassissima potenza (20w max) che proietti sulla carta una luce radente. È utile che abbia un dimmer. La stampa NON si osserva nella bacinella, ma ben messa di fronte a voi e senza acqua e gocce sopra, l’acqua in eccesso va rimossa con una racletta.

Che correzioni apportare?

Una volta trovato il tempo di esposizione adatto ai toni scuri si presentano tre casi:

1) Le parti chiare sono troppo chiare (vuol dire che il negativo é sovra-sviluppato) e che dovrete usare un contrasto più basso. Usare un contrasto più basso significa rifare provini scalari su contrasti via, via più bassi finché non otterrete CON LO STESSO TEMPO DI ESPOSIZIONE sia i giusti toni scuri che i giusti toni chiari. Naturalmente, più il contrasto che userete é basso più è marcato il sovra-sviluppo del negativo. Il sovra-sviluppo è un errore comune, anche perché spessissimo i tempi di sviluppo suggeriti sono esagerati.

2) Le parti chiare sono troppo scure (vuol dire che il negativo é sotto-sviluppato) e che dovrete usare un contrasto più alto. La procedura è la stessa che al caso 1, cambia solo il contrasto.

3) Va bene come viene sul grado 2. Esposizione e sviluppo sono centrati. Bravi!

Una volta centrati esposizione e contrasto vi divertirete ad “interpretare” l’immagine con mascherature, bruciature, etc. Se vogliamo imparare dai negativi è opportuno non usare mascherature e bruciature per correggere gli errori di sviluppo ed esposizione, ed almeno nella fase iniziale della stampa tralasciare questo tipo di interventi.

Se vi trovate a stampare tra il grado 1 ed il grado 3 (uno in meno ed uno in più del normale) e con i toni scuri di vostro gradimento tutto il processo è piuttosto ben centrato. Specialmente col 35 mm avere uno sviluppo giusto su vari fotogrammi, verosimilmente esposti in condizioni di contrasto variabili, è praticamente impossibile.

Vorrei sottolineare, a questo punto, che la valutazione dei risultati è soggettiva, mentre il metodo di lavoro deriva da precise e “scientifiche” considerazioni tecniche. A me così piace!

da isos1977
Poi una domanda… una cosa che non ho mai capito bene è come distinguere sovra/sotto esposizione da sovra/sotto sviluppo. È solo questione di esperienza? Oppure ci sono delle indicazioni per capirlo?

da Silverprint
Certo che si distinguono!
Non serve particolare esperienza, solo logica e spirito d’osservazione. Le “indicazioni” sono sulle stampe e sui negativi.

L’esposizione influenza le ombre (lo sviluppo no), lo sviluppo determina la densità delle alte luci (l’esposizione solo in parte).

Quindi la resa dei toni scuri dipende dall’esposizione (non dallo sviluppo), se un negativo è sotto-esposto stampandolo non si riesce ad avere un buon “nero” e contemporaneamente sufficiente dettaglio nei toni più scuri e/o le aree scure risultano troppo estese.

La sovra-esposizione è un po’ più difficile da “vedere” sulla stampa perché facilmente si corregge aumentando a sua volta l’esposizione della stampa. La sovra-esposizione produce una densità non utile, ovvero è possibile ridurre l’esposizione della stampa (anche se non ci piace) ed avere ancora un buon nero mentre le aree scure si riducono per dimensione e risultano troppo piccole. Osservando il negativo invece si nota la presenza di densità anche in aree prive di dettagli, come un velo grigino su tutto il fotogramma.

Se la sovra-esposizione è leggera nella maggioranza dei casi non produce danni. Se è marcata può produrre un aumento della grana nei toni chiari ed eventualmente una compressione di essi, ovvero scarso micro-contrasto e modulazione, specialmente se si é usato uno sviluppo compensatore e con pellicole che non gradiscono la sovra-esposizione (la tri-x per esempio).

Lo sviluppo determina invece il contrasto del negativo. Se è sovra-sviluppato il contrasto risulterà più alto del necessario e sarà quindi a sua volta necessario stampare su un contrasto più basso del normale (cioè del grado 2) o effettuare bruciature di correzione sui toni più chiari, etc. (succede spesso).
Se invece il negativo è sotto-sviluppato il contrasto sarà basso e per avere i giusti toni chiari sarà necessario usare un contrasto più alto del normale.

da .Leo.
Quindi ora bisogna capire come intervenire sul negativo per correggere gli o/errori che ritroviamo in stampa.. Esposizione e sviluppo!

da Silverprint
Esattissimo!   Ti ringrazio per l’attenzione con cui segui il filo, nonostante i miei sforzi non so quanto risulti comprensibile   .

Una prima serie di indicazioni è già venuta fuori e riguarda lo sviluppo con tre casi possibili:

1) Sovra-sviluppo.
Il sovra-sviluppo produce un negativo dal contrasto eccessivo e per correggere è necessario stampare con contrasto basso (o intervenire con bruciature od altro sui toni chiari). Quando si accoppia però ad una sotto-esposizione il contrasto risultante potrebbe anche essere normale, il caso specifico si distingue (è sotto-esposto) per il dettaglio insufficiente nei toni scuri e/o l’assenza contemporanea di un “nero” adeguato. Naturalmente se lo stesso negativo avesse ricevuto una esposizione adeguata il contrasto risultante sarebbe più elevato del normale.

2) Sotto-sviluppo.
Il sotto-sviluppo produce un negativo dal contrasto troppo basso
. Se si accoppia ad una sovra-esposizione il contrasto risultante potrebbe anche essere normale, ma i toni scuri dell’immagine non avrebbero abbastanza “peso”. Se è blando non è un errore grave. È in ogni modo preferibile un leggero sotto-sviluppo ad un leggero sovra-sviluppo, per cui in caso di dubbio meglio sviluppare un po’ di meno che un po’ di più.

3) Sviluppo adeguato. Il negativo si stampa bene sul grado 2.

Per regolare lo sviluppo dobbiamo intervenire sulla sua energia, riducendola od aumentandola alla bisogna. Tra le varie opzioni è quasi sempre preferibile intervenire sul tempo.

Intervenire sulla temperatura, nel range tollerato (18-24° C) è particolarmente rognoso (provate a sviluppare a 18°C in piena estate), spesso non dà margine sufficiente e a volte produce anche risultati strani poiché non tutti i componenti del rivelatore cambiano la loro attività nello stesso modo al variare della temperatura.

Intervenire sulla diluizione produce variazioni di aspetto dell’immagine più marcate del cambio del tempo, come aumento eccessivo della grana all’aumentare della concentrazione, o effetti di compensazione inattesi alle alte diluizioni, può cambiare anche l’effetto bordo, etc.

Variare l’agitazione non da margine di manovra sufficiente e produce una variazione di densità maggiormente localizzata nelle sole alte luci; variare l’agitazione è un controllo fine, di rifinitura.

Però, però… il negativo una volta fatto mica si può aggiustare!  

Giusta lamentela!

E poi non è che ci siano tante alternative allo “sbaglia e impara”… e visto che a sbagliare si sbaglia comunque, mi pare una buona idea quella d’essere in condizione d’imparare dagli errori!

Quale è quindi la soluzione?

La soluzione è nell’esperienza. Bisogna imparare a valutare il contrasto della scena e per approssimazioni successive avvicinarsi allo sviluppo ideale.

Comunque un tempo di sviluppo abbastanza centrato e una esposizione corretta risolvono veramente la maggioranza delle situazioni possibili.

Quindi inizialmente è sufficiente concentrarsi sull’esposizione che è il fattore più determinante e cercare un tempo di sviluppo che sia un buon compromesso, vale a dire un tempo di sviluppo che consenta di stampare la stragrande maggioranza delle immagini tra i gradi 1 e 3.

Funziona già molto bene dato che di solito i problemi le carte li danno per gradi ancora più bassi e più alti.

Una volta trovato un tempo di sviluppo abbastanza centrato, se si desidera di più si può cercare un tempo di sviluppo adatto alle situazioni di contrasto molto elevato ed uno per le situazioni di contrasto molto basso. A quel punto sarete davvero molto avanti ed i risultati saranno abbastanza stupefacenti.

E quindi visto che, come già detto in precedenza, esporre per le ombre è necessario e sviluppare per le luci “solo” molto consigliabile, d’ora in avanti ci concentreremo sull’esposizione

@Loripiccolo è tempo di “risposte” alla tua domanda da cui è venuta fuori tutta ‘sta tiritera!

Ti sarai ormai reso conto di quanto possa essere difficile (se si è un minimo seri) suggerire un tempo di sviluppo, specialmente generico cioè non sapendo esattamente come il rullo sia stato esposto né il contrasto della scena ripresa, né tanto meno i tuoi gusti personali o gli effetti che desideri.

Dare dei suggerimenti precisi (rigorosamente senza dati sul contrasto), o peggio precisissimi compresi di particolari tecniche d’agitazione (come tanti fanno, basta farsi un giro sul web) vuol proprio dire “dare i numeri”!   Anche perché veramente il tempo si può e deve variare (anche tanto!) se è utile o necessario.

Questo discorso è sempre valido, un tempo di sviluppo, come minimo dovrebbe essere sempre accompagnato da un Indice di Contrasto, un Gamma o altre indicazioni. Senza non ci si fa proprio un’idea di quale risultato si possa ottenere. Una pellicola come la Tri-x poi regge variazioni di tempo di sviluppo veramente estreme (a mio vedere è il suo bello).

da Silverprint
Esporre sul grigio medio: perché non sempre funziona?

Perché, ammesso di trovarlo nella scena ripresa e regolarci sopra l’esposizione, sempre ammettendo che la sensibilità impostata e lo sviluppo scelto producano sul negativo una densità adeguata per far venire un grigio “medio” anche in stampa, non sappiamo quanta differenza c’é tra quel grigio “medio” su cui abbiamo regolato l’esposizione e le parti più scure dell’immagine; parti più scure su cui l’esposizione andrebbe regolata!

Se la differenza di luminosità tra il grigio “medio” e le parti più scure è moderata le parti più scure verranno (probabilmente) ben registrate (esposte) poiché rientrano nella “latitudine di posa“, se invece la differenza è consistente l’errore sarà una sotto-esposizione anche essa consistente. In soldoni, più è alto il contrasto più è alto l’errore.

L’omino malefico che a suo tempo scelse questa strada per standardizzare e semplificare le cose non a caso non perdeva occasione per ripetere che le foto andavano fatte con la luce alle spalle ovvero in condizione di basso contrasto! Era malefico, mica scemo.

E si badi bene che l’errore dipende proprio dal sistema per esporre così pensato, non dal non avere “indovinato” quale è “veramente” il grigio medio in una certa inquadratura. Infatti con gli esposimetri esterni a luce incidente il problema è esattamente lo stesso (aumenta l’errore intrinseco all’aumentare del contrasto). L’esposimetro esterno a luce incidente ci risparmia solo la fatica di dover indovinare quale sia “effettivamente”  il grigio medio in una certa inquadratura!
E, come se non bastasse, quando il contrasto è alto oltre ad essere difficile esporre bene, perché andrebbe evitata anche la sovra-esposizione, diventa critica anche la scelta del tempo di sviluppo…

da franny71
Ti ringrazio per la spiegazione Andrea, di cui ho capito il concetto, ma che mi è difficile da mettere in pratica…
forse ci sarebbe bisogno di esempi “pratici” per capire completamente ciò che scrivi, ma forse basterà fare qualche rullo di test per tentare di capire meglio…

da Silverprint
Questa “instabilità” del grigio medio aggiunge problemi ai problemi che di sua natura la “logica della media” già produce. Direi anche che questo “essere costretti” a lavorare con riferimenti vaghi, e il “grigio medio” è molto vago, è la fonte di tante incomprensioni e la base di una certa cultura fotografica assai approssimativa.

Il grigio medio è instabile perché, come già detto, NON é un tono abbastanza scuro da non essere influenzato dallo sviluppo, cioè varierà a seconda di come viene sviluppato il negativo ed inoltre, sempre perché NON è abbastanza scuro é anche un tono su cui si può intervenire abbastanza in fase di stampa.

Una prima conseguenza di questa instabilità é che è possibile per i fabbricanti di pellicole dichiarare una sensibilità d’uso, il famoso I.E. (indice di esposizione) scritto sulle confezioni, diverso dalla Sensibilità Effettiva (1).

In pratica l’I.E. è una sensibilità a cui può essere esposta la pellicola perché in certe condizioni di sviluppo e stampa (anche approfittando un po’ della variabilità della stampa) il risultato é quello di produrre un grigio medio dove si sia misurato un grigio medio, ma nulla di più o quasi (2).

(1) La Sensibilità Effettiva, a differenza dell’I.E. è riferita ai toni più scuri e rappresenta il limite delle possibilità di registrazione della pellicola. La sensibilità effettiva è quindi utile a chi vuole esporre per le ombre, mentre l’I.E. non lo è..

(2) Il quasi c’é perché i fabbricanti seri associano allo sviluppo un indice di contrasto, cioè una indicazione sulla latitudine di posa “potenziale” (quella reale dipende anche dalla stampa).

Altra conseguenza del riferirsi al “grigio medio” è l’idea (molto malsana) che la sensibilità della pellicola sia variabile (e da questo equivoco di confusione ne nasce tanta!). Purtroppo la sensibilità della pellicola NON è variabile, quello che può variare é l’I.E. sono cose MOLTO diverse!

Perché l’I.E. è variabile?

È variabile perché è variabile il grigio medio.

Vale a dire che il grigio medio si può schiarire o scurire cambiando lo sviluppo e a questi cambiamenti è possibile far corrispondere una variazione dell’I.E. che li “compensi”.

Se sovra-sviluppo consistentemente sarò in grado di schiarire il grigio medio fino al punto di farlo venire in corrispondenza anche di variazioni superiori allo stop, così come è viceversa possibile scurirlo facendo un sotto-sviluppo. In questi casi naturalmente ed inevitabilmente, dato che si sta variando lo sviluppo si sta variando la latitudine di posa, si sta variando il tono del grigio medio, ma NON si sta cambiando la sensibilità!

La tecnica del sovra/sotto-sviluppo e variazione dell’I.E. per compensare la variazione di tono del grigio medio è il (nefasto) “tiraggio“. Che è nefasto perché illude che cambi la sensibilità, mentre in realtà si sta solo cambiando la latitudine di posa ed il tono del grigio medio.

Va notato che per far muovere (di uno stop e rotti) il grigio medio, che non é tanto chiaro, anzi, (quindi relativamente poco sensibile ai cambiamenti di sviluppo) la variazione del tempo di sviluppo è abbastanza consistente e quindi il suo effetto sui toni più chiari è estremamente vistoso, violento in caso di tiraggi spinti.

Altrettanto consistente e vistosa sarà la riduzione della latitudine di posa (sia verso i toni chiari che verso toni scuri) in caso di sovra-sviluppo.

Ultima nota: la Sensibilità Effettiva (S. E.) è assai poco variabile, é proprio una caratteristica della pellicola. Però per la precisione va detto che alcuni piccoli cambiamenti li fa (frazioni di stop, raramente uno intero). Questi piccoli cambiamenti sono dovuti alla formulazione del rivelatore usato e marginalmente alla variazione del tempo di sviluppo. Ma va anche sottolineato che i cambiamenti sono praticamente insignificanti rispetto AI GIGANTESCHI cambiamenti che fanno le parti più esposte al variare dello sviluppo.

da Silverprint
Chi ha esperienza ed ha negativi uniformemente esposti (bene o male non importa) non deve cambiare modo di lavorare, ma “mettere a punto” la catena. Chi invece ottiene risultati incostanti ed esposizioni “ballerine” forse dovrebbe usare un altro metodo per esporre… che verrà nei prossimi post intanto una cosa che fa sempre bene a tutti.

 

4 – Un esperimento!

Ritengo che il “peso” e “l’estensione” da dare ai toni scuri sia una componente fondamentale (insieme alla modulazione dei toni chiari) dell’espressività di una fotografia e che quindi si debba tenere bene sotto controllo. Nella pratica sarà “semplice” riscoprire il bracketing in esposizione, un poco più laborioso invece fare variazioni di tempo di sviluppo da associare liberamente a variazioni di esposizione.

L’esperimento che invito a fare è quello di scattare con un ampio bracketing (soprattutto in sovra-esposizione: +3; +2; +1; 0; -1 (esponendo come fate sempre!) tre o più differenti soggetti, a basso, alto e medio contrasto e ripetere gli scatti su (almeno) 3 rulli diversi.

Naturalmente prendendo nota dell’esposizione e del numero di fotogramma, o lavorando sempre con la stessa sequenza…

Questi 3 rulli identici andranno poi sviluppati variando il tempo di sviluppo.

Orientativamente si può pensare ad una variazione del tempo di sviluppo di circa il 40/50% per i 400 iso e circa il 30% per i 100 iso e come tempo minimo di partenza usarne uno che sia circa la metà del suggerito.

Per esempio:
T-max 400 in Rodinal 1+50, tempo da tabella 11′.
Si può partire da 5′ (300″) e poi fare 7’30” (450″ +50%) e poi 11′ (660″ +46,6% arrotondando per comodità).

La serie di negativi così ottenuti avrà soggetto ripetuto (alto, medio, basso contrasto) con esposizione e sviluppo variati e molto probabilmente è in grado di produrre negativi ottimali per le varie situazioni di contrasto ed accontentare svariati gusti (1).

(1) Se alla fine del passo successivo i negativi più morbidi producessero comunque stampe ancora dure nella situazione di alto contrasto sarà necessario ridurre ancora il tempo di sviluppo più breve, così come sarà necessario aumentare ancora il tempo più lungo se il contrasto ottenuto dalle foto scattate in situazione di basso contrasto non fosse sufficiente.

La serie di negativi sarà poi da stampare in due modalità.

Un primo set di stampe si farà tenendo fisso il grado 2 e regolando l’esposizione per avere il maggior dettaglio possibile nei toni scuri mantenendo contemporaneamente un “buon nero”. Da questo set emergeranno (molto probabilmente) dei negativi che per ogni livello di contrasto della scena sul grado 2 saranno “abbastanza ottimali” (2) ovviamente secondo il gusto d’ognuno, per dettaglio ed estensione dei toni scuri, “presenza” del nero e contrasto.
(2) “Abbastanza ottimali” e non “totalmente ottimali” perché é sempre possibile fare variazioni del tempo di sviluppo più contenute o un bracketing in esposizione più fine.

Un secondo set di stampe divertente da fare é quello “degli errori” ovvero delle correzioni che é necessario apportare stampando i negativi non ottimali per rendere le stampe più simili possibile a quelle ottenute dai negativi che hanno dato i risultati ottimali. Da questo lavorio triboloso si impara sicuramente a giudicare i negativi… no doubt!

Chi ha tre corpi o tre magazzini non avrà problemi, chi non ce l’ha potrebbe forse prepararsi dei mini rulli da circa 7 fotogrammi…

Dalle note sul livello di esposizione si potrà poi scegliere il valore Iso (l’I.E.) da impostare a seconda della situazione di contrasto e del tempo di sviluppo associato.



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3 Commenti

  1. vio

    29 settembre 2012 a 02:38

    Finalmente un post come si deve!!!!!!!!!!!!!!FINALMENTE!!!!!!!

  2. etrusco

    29 settembre 2012 a 11:49

    Geazie

  3. franco santi

    13 marzo 2015 a 12:07

    Complimenti per l’esposizione (non è un gioco di parole) molto chiara e sintetica. Bisogna anche ricordare che ciascuno di noi dovrebbe stabilire prima, la sensibilità della pellicola , (S.E.) infatti, che sta usando in base all’usuale standard di lavoro proprio. Come consigliava Ansel Adams nei suoi corsi, (me fortunato nel 1978), dopo aver impostato la sensibilità nominale, con scostamenti in zona 1 (sul cartoncino grigio 18%) di 0,3 in 0,3 e in tutti due i sensi,… ( rif. A.Adams, “il negativo” Zanichelli editore) verificare la prima comparsa di una traccia di annerimento corrispondente alla sensibilità rilevata, sempre con il proprio standard di sviluppo. Questo porta alla sensibilità “reale” legata al “nostro”sviluppo standard. Poi, buon lavoro, il resto.

    franco santi

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