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Tra le mie infinite passioni c’è anche quella per la serie televisiva Lost, la cui seconda serie si è appena conclusa martedi scorso sulla rai.
Ovviamente, da fedele appassionato quale sono, non potevo attendere la terza serie, che forse verrà trasmessa in Italia il prossimo anno, e cosi mi sono scaricato le versioni in inglese con sottotitoli in italiano…
Ma quale è la formula segreta di questo serial che ha appassionato milioni di persone nel mondo?
Mi sono posto questo interrogativo da subito, da quando ho iniziato, ingenuamente, a seguire la prima serie.
Dico ingenuamente perchè…forse…sarebbe stato meglio non iniziare mai. Una volta vista la prima puntata sei dentro, diventa una droga e assolutamente non puoi più aspettare, devi fare di tutto per sapere cosa c’è nella botola, chi sono gli “altri”, perchè ricorrono cosi frequentemente i sei numeri “stregati” ovvero 4, 8, 15, 16, 23, 42 la cui somma poi da proprio 108 ovvero il numero di minuti del timer presente nel bunker, e cosa è il progetto Dharma, perchè il passato dei personaggi sopravvissuti è cosi intrecciato tra loro, cosè la “nube nera”, perchè l’isola ha una sua fisiologia diversa dal resto del mondo?
Questi sono solo alcuni interrogativi che assalgono la mente del povero spettatore! ma sono proprio questi interrogativi a rendere Lost una serie di cosi ampio successo.
Addirittura su Wikipedia c’è una sezione intera dedicata a Lost e a tutti gli intrecci-interrogativi creati dagli sceneggiatori.
A mio avviso il successo e la capacità di catturare lo spettatore deriva dall’originale format della serie televisiva molto simile, come struttura e organizzazione, ad un gigantesco gioco di ruolo.
La trama non è mai scontata, non è mai prevedibile anzi sembra prender corpo con il passar del tempo, crearsi, modellarsi, autoreferenziarsi e generare sempre nuove strade, nuovi sbocchi, soluzioni alternative al finale che lo spettatore aveva immaginato nella sua mente.
Credo che sia una scelta voluta, una “tattica” degli sceneggiatori che forti di una trama “open” ovvero aperta a qualunque soluzione narrativa, la creano la serie con il passar del tempo senza aver definito quella che fosse la fine, il capitolo ultimo, la scena finale.
Nei giochi di ruolo accadeva proprio questo, si iniziava a giocare senza sapere quale fosse la strada da percorrere, tutto era lasciato alla libera fantasia dei partecipanti e alla maestria del “master”, il direttore d’orchestra, colui che decideva le sorti dei personaggi in corso d’opera. Questo rendeva il gioco sempre nuovo, appassionante, mai definito, schematico e ogni volta diverso. Il gioco si faceva da se!
Ecco, credo che Lost ricalchi questo format, che trai forza dalla sua autoreferenziazione, dal fatto che le storie lascino sempre dei vuoti, delle domande in sospeso, delle strade aperte.
Detto questo non posso non citare alcune puntate, una in particolare della terza serie, che ho trovato incredibile, eccezionale, un vero capolavoro…parlo della puntata 3×8 (Flashes before your eyes), quella in cui Desmond ha un flash-back della sua vita passata e rivive le situazioni già vissute, conscio di tutto ciò e nonostante questo incapace di cambiare il suo destino che era solo uno, imperturbabile, immutabile…l’isola!
Ma perchè, perchè il destino di tutti è l’isola, perchè sembra quasi che sia l’isola a chiamarli, prenderli, catturarli? Sono realmente tutti morti? E’ forse l’isola il “purgatorio”, la fonte di espiazione dei peccati capitali dei quali tutti si sono macchiati?…
Speriamo che la terza serie riesca a darci qualche risposta.

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2 Commenti

  1. caro etrusco,
    ho letto con molta attenzione il tuo “pensiero” e ti pongo un quesito…
    Non credi che questa straordinaria serie televisiva, di cui sono una vera appassionata, sia stata creata non solo perchè lascia aperte infinite strade alla propria immaginazione ma sopratutto perchè mostra il vero istinto dell’uomo?
    Sto parlando di sopravvivenza, di cosa l’uomo sia capace di fare pur di riuscire a sopravvivere?

  2. Cara Sofia,
    credo tu abbia colto un altro fondamentale punto della serie…la sopravvivenza.
    l’isola, metafora dell’esistenza barbara, mostra i personaggi cosi come sono, ancestralmente, ne mette a nudo pregi e difetti, svela paure, angosce ma anche istinti primitivi e pregi sopiti di ogni singolo attore.
    Mostra l’essere nella sua nudità e gli effetti che questo “status” può provocare sulla psiche di ogni singola persona.

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