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Giorni fa sono andato in un centro commerciale della mia citta’ per acquistare un regalo per il mio cuginetto.

Ho cercato di tutto, libri, giochi, video games ma nulla ha catturato la mia attenzione.

Infine sono entrato in un negozio di sport e li’ ho avuto la folgorazione…un pallone da calcio.

Il pallone era bellissimo, di marca, in cuoio, colorato, lucido, leggero… insomma uno di quei palloni che vengono utilizzati dai campioni di serie A quali Totti, Del Piero, Inzaghi o Ronaldinho… un vero ed autentico pallone di cuoio.

Il prezzo era ragionevole per cui l’ho acquistato e regalato.

Toccare quel pallone, cosi’ lucido e bello, ha scatenato in me una serie infinita di ricordi, mi ha portato indietro di svariati anni a quando anche io avevo come unico desiderio e ambizione un pallone di siffatta bellezza!

Credo di non aver mai avuto tra le mani un pallone simile, non solo perché non potevo permettermelo ma perché palloni cosi’ belli non venivano certo fabbricati alla fine degli anni ’80.

In quel periodo eravamo molti ragazzi, tutti più o meno della stessa eta’, tutti più o meno con lo stesso annoso e drammatico problema, che pallone usare per giocare sotto casa.

Non perché ne avessimo troppi, ma perché non ne avevamo affatto.

Il pallone disponibile era al massimo uno, a portarlo era il più fortunato di noi, chi aveva festeggiato da poco il proprio compleanno o chi lo aveva preso “in prestito” al fratello maggiore.

Non appena ci si riuniva scattava la “FASE 1“, la più angosciosa, la più oscura e imprevedibile, quella che implicava la domanda su “chi ha portato il pallone?“.

Puntualmente, il proprietario, gridava “io, oggi l’ho portato io” e faceva bella mostra del suo cimelio, di quell’oggetto dei desideri perchè, almeno per quel giorno, lui e solo lui era il giudice incontrastato della nostra felicità, dei nostri sogni.

Egli se voleva poteva benissimo indurre l’intero gruppo all’afasia più assoluta.

Fortunatamente questo non accadeva mai!

Il possessore dell’altrui gioia dopo aver sbandierato il cimelio, tenendolo stretto tra le mani o palleggiando goffamente, lo metteva umilmente a disposizione di tutti e da quel momento in poi si passava alla “FASE 2“, la critica/giudizio della palla gentilmente donata alla comunità.

I palloni era sempre e solo di tre tipi:

Super tele, super santos e tango!

sulla base del pallone, ovviamente, la giornata prendeva una diversa piega:

A) Super Tele

Pallone leggero, troppo leggero. Non adatto a delle furie come noi, per cui la giornata si preannunciava devastante. I commenti erano sempre del tipo “nooooo, il super tele? Ma va a vento!” oppure “ma dove l’hai preso? al mercatino dell’usato?” o peggio ancora “e’ di tua sorella? “, insomma l’umore con il solo super tele non era dei migliori! Comunque, alla fine delle critiche, si giocava lo stesso, sempre e comunque.

B) Super Santos

Pallone piu’ pesante del super tele ma sempre di plastica, usato per giocare a calcio, somigliava come colore e disegni a un pallone da Basket. Era il piu’ usato, il pallone “di centro”, quello che c’era sempre, non ti faceva impazzire come il super tele ma nemmeno sognare, un tiro da 150 metri alla “Holly e Benji” con il super santos non era fattibile.

C) Tango

Il sogno, il desiderio, l’aspirazione di tutti noi. Come direbbe la Carra’ “il piu’ amato dai ragazzini“! Era un pallone anch’esso di plastica, ma di una plastica dura, molto dura (forse anche troppo) per cui era particolarmente adatto alle nostre scorribande nei vicoli sotto casa. Il bello del Tango era che piu’ lo usavi e piu’ diventava…buono, adatto, perfetto. Incredibile vero? eppure era cosi… un tango usato era quanto di meglio ci offrisse il mercato.

Ricordo ancora il primo tango che mi fu regalato e l’odore acre e particolarissimo della plastica nuova, lucida!
Il pallone era del tutto simile al tango originale, disegnato appositamente per i mondiali in Argentina del ’78. L’originale era ovviamente in cuoio, il nostro era in plastica per cui rappresentava la versione economica del fratello maggiore, si chiamava “Tango Hot Play” della Mondo. La cosa che amai subito furono l’odore particolarissimo e quei piccoli pezzetti di plastica che aveva in superficie; questi potevano essere strappati con le dita ed erano il segno della verginita’ assoluta dell’oggetto.

La prima volta si era restii a consegnare quel sacro oggetto nelle mani, anzi nei piedi, del “popolo” affamato di calcio, lo si voleva nascondere, proteggere, coccolare perche’ era solo nostro e di nessun altro.
Poi, il pomeriggio seguente, tali nobili propositi venivano tristemente disattesi e si usciva di casa felici, forti di quell’oggetto che tutti ci avrebbero invidiato, consci dell’essere per quel giorno e chissa’ per quanti a seguire, i giudici incontrastati della felicita’ altrui, si era dei veri e propri capi e niente e nessuno poteva negare tale predominio!

C’erano tuttavia dei pericoli subdoli, nascosti dietro ogni angolo, pronti ad attaccare il nostro oggetto per disarcionare il re e ferirlo nell’animo in maniera irreparabile. Tali pericoli erano in sequenza:

1) Vecchietta che puntualmente ci aspettava al varco con la porta del garage aperta, pronta a derubarci del sacro oggetto, a svilire e mortificare i nostri sogni! Chiudendo il garage con dentro il pallone, chiudeva il nostro cuore, la nostra gioia, i nostri sogni. Vecchietta che, ricordo sempre con gioia, era pronta non solo a mortificare la nostra anima ma anche ad inzuppare il nostro corpo con abbondanti e copiose docce gelate. Praticamente la sua zona era off-limits per noi, cio che rischiavamo era nella migliore delle ipotesi una doccia gelata nella peggiore il sequestro definitivo della palla. Noi, ovviamente, rischiavamo sempre, ogni giorno, anche perche’ il suo garage era ubicato proprio sulla linea di fallo laterale del nostro invisibile e fantasioso campo da calcio, non rischiare significava non giocare!
2) Tiro alto! Con questo tiro la palla finiva su qualche tetto, terrazzo o comunque in qualche posto irraggiungibile da ragazzi dodicenni. In quel caso si entrava nel panico, ma un panico non devastante perche’ la palla era la’, la si vedeva, non era morta, dovevamo solo trovare il modo per riprendere cio che ci apparteneva. Ed ecco che in questi casi la giornata passava tutta ad inventare fantomatiche ed ingegnose strutture per raggiungere la meta. Il piu’ delle volte la palla rimaneva dove l’avevamo tirata, altre volte riuscivamo nell’impresa e la gioia era ancora maggiore.
3) Pallone bucato! Tra tutte le sfighe possibili e immaginabili la peggiore, la piu’ devastante, drammatica e dolorosa era proprio questa: il pallone bucato. Lo vedevi spegnersi pian piano, sotto di te, lentamente e inesorabilemente. Provavi a rianimarlo, a fargli la respirazione bocca a bocca ma nulla, dopo qualche ora era un ammasso informe ed inutilizzabile di plastica. Non c’erano pezze, toppe o colle che tenessero, un pallone bucato era la disgrazia peggiore che potesse capitare a quell’eta’.

Questo, putroppo, capitava spesso!

…quanti bei ricordi legati ad un pallone, ad un oggetto inanimato che prendeva forma nelle nostre menti, nei nostri cuori e nei nostri corpi. Un oggetto la cui alchimia permetteva la fusione di un insieme di ragazzini urlanti in un’unica e immutabile entita’.
Ci rendeva sporchi, sudati, sgrugnati ma soprattutto felici, dando spazio al sogno, all’illusione, alla fantasia, gettando le fondamenta di un’amicizia che niente e nessuno avrebbe mai potuto sciogliere. Un oggetto che ci ha reso grandi senza l’obbligo di farlo.

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3 Commenti

  1. ho preso in prestito quanto hai scritto in maniera sublime per creare un gruppo: concordo su tutto, Bravissimo!

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